Cassirer, l’arte, la teoria della relatività di Einstein e il concetto di “realtà”.
Febbraio 11, 2008
Ho letto un’interessante post del blog Castracan libri, inerente – tra le altre cose – l’interessante problema della definizione della realtà e del suo rapporto con l’arte. Un problema interessante quanto insolubile. Mi è venuto in mente il libro di Cassirer Teoria della relatività di Einstein, testo abbastanza abbordabile dove il filosofo tedesco cerca di spiegare le implicazioni che la reoria della relatività di Einstein hanno sul concetto di realtà. Posto uno stralcio interessante:
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Quando il fisico, il cui compito è l’obiettivazione, afferma il primato dello spazio “oggettivo” e del tempo “oggettivo” sullo spazio “soggettivo” e sul tempo “soggettivo”, quando lo psicologo e il metafisico, orientati come sono alla totalità e all’immediatezza dell’esperienza vissuta, giungono alla conclusione opposta, in entrambi i giudizi si manifesta solo una falsa assolutizzazione della norma conoscitiva con la quale ognuno di essi definisce e misura la “realtà”.
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Ma bisogna osservare che ciò che qui viene definito senz’altro come la realtà, la “durée réelle”, non è un assoluto, ma solo un diverso punto di vista della coscienza, contrapposto a quello fisico-matematico.
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Sia i simboli della visione dell’esterno della matematica e della fisica, che i simboli della visione dell’interno della psicologia vanno intesi come simboli.
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In sostanza – senza andare troppo nel dettaglio – le moderne teorie della fisica (che poi tanto moderne non sono più…) smontano radicalmente il concetto di realtà “oggettiva ed esterna all’individuo”. Se questo concetto è applicabile alla fisica, lo è anche alla cultura, perchè ciò che rimane alla fine è che l’uomo, per cercare di comprendere il mondo, usa sistematicamente dei simboli. E l’uso dei simboli presuppone la condivisione dei codici per comprenderli. L’arte – che in definitiva altro non è che un mezzo per descrivere la realtà – usa anch’essa dei codici. Tutti discutibili, tutti opinabili. Morale: in realtà, nessuno sa niente. Dopo un percorso millenario, l’uomo arriva alla conclusione che della realtà in ultima analisi non capisce (e non è in grado di capire) un tubo di niente. Questo dovrebbe portare una ventata di umiltà e tolleranza in tutti noi, specie nel campo culturale e artistico. Invece continuiamo a massacrarci su questo pianetino perso nell’infinito dell’Universo, ognuno convinto di conoscere la Verità…


Febbraio 12, 2008 at 7:56 pm
Colta citazione, bellismo post, recensendo! Ti faccio i miei complimenti.
Febbraio 12, 2008 at 11:28 pm
Già Peccato che post così colti non li calcoli nessuno. Qua o parli bene di Federico Moccia o non sei nessuno…
Febbraio 13, 2008 at 8:25 am
Mi fa molto piacere leggere i vostri commenti. In effetti è vero: la cultura non interessa più in questo paese. Per avere successo bisogna parlare di sesso, orge, a almeno scandali spaventosi o eventi catastrofici. Per me comunque non ha importanza. Questo blog mi serve per scrivere brevi appunti, la popolarità non mi interessa, per quanto ovviamente faccia molto piacere essere letto e commentato. Grazie.
Febbraio 16, 2008 at 3:47 pm
Bravo! Post interessante davvero. la questione è soltanto una, tralasciando il discorso dei codici; si noti che anche la lingua è un codice. Ma noi, esseri finiti, con quale ambizione ci riteniamo in grado ti teorizzare su materie che attingono da presupposti infiniti. Per questo noi non sappiamo, non capiamo e non capiremo mai niente. Ma forse una soluzione potrebbe esserci, dovremmo praticare un foro nel nostro crevello affinchè esso diventi un tutt’uno con l’universo, ma moriremmo.
Febbraio 17, 2008 at 4:30 pm
Caducità dell’umana esistenza!
Giugno 6, 2008 at 10:27 pm
Salve,
arrivo qui per caso, inseguendo Cassirer, e trovo questa recensione molto stimolante. Mi pare centratissimo il fatto che l’idea di realtà è ciò che meno conosciamo e che più diamo per scontato. Eppure mi sembra che si possa dire che 2500 anni di pensiero occidentale li abbiamo spesi essenzialmente proprio per capire cos’è mai la “realtà” e per definirla.
Quanto meno, però, forse sappiamo come agisce quella che chiamiamo “realtà”: credo che si possa dire che quando avvertiamo uno scollamento tra la nostra percezione e la nostra coscienza noi diciamo che “la realtà” ha fatto irruzione nella nostra vita. E abbiamo allora bisogno di un riordino del simbolico.
L’arte non è la sola a intervenire, ovvio, ma in quest’ottica mi sembra che abbia un ruolo particolarissimo: procedendo dalla vita alla produzione di immagini, opera metonimicamente per stabilire una conoscenza peculiare affine a quello che Freud chiamava “spostamento” nel sogno.
Dipingo un cielo giallo (uso dunque due significanti di per sè arcinoti) per accedere a un significato che altrimenti sarebbe precluso perché non esprimibile altrimenti. Formulo, con la soluzione, il problema, e vicecersa. Concorro a “creare” linguaggio. Ed esprimo un’individualità (soggettività) in forma universale. C’è poco da fare: a leggere un verso pellerossa come “anche i sassi respirano, solo che noi non li udiamo” non c’è un gran bisogno di conoscere quella cultura per sentire quel verso risuonare in noi, perché in ogni autentica poesia splende un raggio di umanità. Piuttosto, serve essere avvezzi al linguaggio poetico, ovunque attinto. Quel verso è, insieme, inconfondibile: ha il crisma dell’individualità, ma non è puro sfogo personale: si fa simbolo; si “oggettiva” e ci consente di concepire anche un sasso in modo più ricco e diverso.
Ora, con Einstein la scienza -che resta altro dall’arte- fa un passo in avanti enorme: l’universo ha le sue leggi “oggettive” indipendenti da noi, ma la sua immagine non è indifferente al punto di osservazione del soggetto che osserva. Senza di esso, anzi, non è nemmeno concepibile. L’osservatore non è più il centro del mondo ma può e deve comunque conquistarcisi un ruolo. E questo è quanto meno problematico, ma è la sola condizione stimolante: il Paradiso terrestre è perduto per sempre. Tutto il resto è sudore e commento.